Analisi del testo: Camilla Scarampi e il Sacco di Roma del 1527
Misera Italia, il Ciel pur te minaccia:
una voce me intona ne l’orechia
che, se non svegli tua virtute vechia,
convien ch’ogni tua pompa se disfaccia.
Sciolta non sei ancor de l’un de’ braccia
de’ barbari, che l’altro s’apparecchia;
chi vuol veder miseria in te si spechia,
poi, lagrimando, per pietà s’agiaccia:
ché, per le vostre tante adverse voglie,
de ’sti rabidi can sei fatta preda,
che van stracciando le tue belle spoglie.
Or tal lo provarà, che par nol creda;
saran comune tante amare doglie;
chiudemi gli ochi, Dio, che ciò non veda.[1]
Metrica. Sonetto; schema di rime: quartine a rima incrociata e terzine a rima alternata (ABBA ABBA CDC DCD).
Parafrasi. [1] Misera Italia, anche il Cielo ti minaccia: una voce mi sussurra all’orecchio che se non risvegli la tua antica virtù ogni tua magnificenza è destinata a sgretolarsi. [2] Non ti sei ancora liberata dalla stretta di alcuni barbari che già altri si preparano a dominarti; chi desidera vedere cosa sia la miseria in te si specchia e poi, piangendo, gela di pietà: [3] perché a causa dei troppi stati che ti costituiscono e delle differenti volontà e aspirazioni di chi li governa sei divenuta facile preda di cani rabbiosi che si divertono a sbranare e stracciare le tue spoglie. [4] Ora, della tua miseria sarà testimone qualcuno che pare ancora incredulo, e tante amare sofferenze saranno comuni a molti: chiudimi quindi gli occhi, Dio, affinché non veda tutto ciò.
Introduzione e contesto
Il componimento riportato è il XVIII sonetto del corpus poetico di Camilla Scarampi, poeta italiana del Cinquecento nata ad Asti ma molto legata a Milano, dove con ogni probabilità trascorse gran parte della sua vita, ben inserita negli ambienti aristocratici della città. Il sonetto dovrebbe essere stato redatto nel periodo appena antecedente al Sacco di Roma del 1527, durante il quale le truppe imperiali di Carlo V e i lanzichenecchi – soldati mercenari tedeschi alle dipendenze dell’imperatore – penetrarono a Roma e devastarono la città, spogliandola di ogni bene, uccidendo migliaia di persone e perpetrando numerose violenze sugli abitanti dell’Urbe.
Al tempo, l’Italia non costituiva uno stato unitario ma era formata da tanti stati e staterelli in continua lotta e discordia l’uno con l’altro. Inoltre, la penisola era il campo di battaglia prediletto per gli scontri di due grandi potenze europee, la Francia di re Francesco I e il Sacro Romano Impero governato da Carlo V. Nel corso degli anni Venti del XVI secolo, le cosiddette Guerre d’Italia (1494-1559) vissero la loro fase centrale: nel 1525, re di Francia e imperatore si scontrarono a Pavia, dove le truppe imperiali ebbero la meglio su quelle francesi e Francesco I venne addirittura fatto prigioniero. Tornato in libertà a seguito dei trattati di pace di Madrid (1526), Francesco I strinse un’alleanza anti-imperiale con papa Clemente VII, formando la Lega di Cognac (1526), che riuniva Francia, Stato pontificio, Repubblica di Firenze e Repubblica di Venezia.
Deciso ad affermare la propria supremazia sugli stati italiani e spazientito a causa delle resistenze di Francesco I e dell’ambivalente politica di Clemente VII, Carlo V – che nel 1525 aveva anch’egli stretto un accordo con il pontefice e dunque era stato tradito – decise di risolvere la questione con la forza, inviando ventimila uomini tra soldati imperiali e lanzichenecchi a conquistare Roma. Durante il Sacco che ebbe inizio il 6 maggio 1527, si conta che furono uccise all’incirca ventimila persone, mentre altre trentamila morirono nelle settimane e nei mesi successivi a causa di un’epidemia di peste. Anche Clemente VII rischiò di perdere la vita durante la sua fuga da San Pietro verso la fortezza di Castel Sant’Angelo, dove restò segregato per mesi, costretto altresì a pagare un’ingente somma di denaro per il riscatto suo e della città papale.[2]
Il sonetto di Scarampi dialoga più o meno palesemente con altri testi poetici di biasimo per la situazione socio-culturale italiana, nei quali si chiede all’Italia, con maggiore o minor veemenza, di ridestarsi e far risplendere la sua antica virtù. Si tratta di un argomento topico, attraverso il quale si rimpiange il passato della penisola, quando il dominio politico e culturale dell’Impero romano si estendeva sul mondo intero. Inoltre, spesso si biasimano le guerre fratricide tra i signori italiani, impegnati a battagliare tra loro esponendosi così a una condizione di inferiorità e talvolta di sudditanza nei confronti delle grandi nazioni europee. Assieme all’invettiva dantesca contenuta nel sesto canto del Purgatorio, il grande modello dei componimenti poetici cinquecenteschi a sfondo politico è certamente una delle più celebri canzoni di Francesco Petrarca, Italia mia, benché ’l parlar sia indarno.
Di seguito si trascrivono alcuni testi poetici più o meno contemporanei al sonetto di Camilla Scarampi, affini per tematiche a quello della rimatrice astigiana. Il primo è un sonetto di Antonio Tebaldi detto il Tebaldeo (1462-1537), probabilmente scritto attorno al 1504, incentrato dunque sulle fasi iniziali delle Guerre d’Italia:
Diece anni, Italia, son ch’io grido: «Pace!»
e che ti prego a lasciar l’ira e il sdegno
de che il cor de’ toi figli è tanto pregno,
che l’un per disfar l’altro se disface.
Non per unirti più (ché extinto giace
il valor tuo), ma a consolar ti vegno,
anci a gioïr con te, ché un chiaro segno
mi mostra c’hai quel che t’aggrada e piace.
Tu barbari, e con preghi e con moneta,
a te chiamasti, aprendoli le porte,
che Natura, a te pia, li chiude e vieta.
Chi se occide incolpar non dê la morte!
Canta, che ’l ti convien, quel del propheta:
«Sopra la veste mia miser la sorte».[3]
Il secondo è invece un sonetto di Baldassarre Castiglione (1478-1529), composto con ogni probabilità attorno al 1503. Dialogando con le rovine di Roma antica, Castiglione rimpiange il glorioso passato dell’Urbe, che ormai è solo una pallida memoria:
Superbi colli e voi, sacre ruine
che ’l nome sol di Roma anchor tenete,
ahi! che reliquie miserande havete
di tante anime excelse e peregrine!
Theatri, archi, colossi, opre divine,
triumphal’ pompe gloriose e liete,
in poco cener pur converse sete
e fatte al vulgo vil fabula al fine.
Così, se ben un tempo al tempo guerra
fanno l’opre famose, a passo lento
e l’opre e i nomi insieme il tempo atterra.
Vivrò dunque tra’ miei martir’ contento,
ché, se ’l tempo dà fine a ciò ch’è in terra,
darà forse anchor fine al mio tormento.[4]
Questioni
1. Quali sono gli elementi del sonetto di Camilla Scarampi, le parole e le espressioni che possono convalidare l’ipotesi secondo cui il componimento venne scritto a ridosso del Sacco di Roma del 1527?
2. Quali elementi testuali, riprese, vocaboli ed espressioni in comune puoi rintracciare tra il sonetto di Scarampi e gli altri due testi proposti? In che modo Scarampi riprende il topos dell’antica virtù d’Italia ormai prostrata, resa soltanto memoria poiché la nazione è preda dei dominatori stranieri? Oltre ai testi di epoca rinascimentale proposti, si consiglia naturalmente di riprendere la canzone Italia mia di Petrarca e il canto VI del Purgatorio di Dante, oltre che di approfondire origini e sviluppi delle Guerre d’Italia, così da rintracciare più rapidamente i motivi bellici presenti nei sonetti di Scarampi e Tebaldeo.
[1] Camilla Scarampi, Misera Italia, il Ciel pur te minaccia, in Maria Chiara Tarsi, Nella Milano di primo Cinquecento: Camilla Scarampi, in Eadem, Studi sulla poesia femminile del Cinquecento, Bologna, I libri di Emil, 2018, p. 174. Allo studio di Tarsi si rimanda anche per l’ipotesi secondo cui il sonetto «sia stato scritto subito a ridosso del Sacco di Roma» (ivi, p. 156).
[2] «Il pontefice il 6 giugno [1527] si arrese agli occupanti, i quali gli risparmiarono la vita ma imposero il pagamento di un’enorme taglia di 400 mila ducati […]. Anche dopo la resa il papa continuò a vivere rinchiuso in Castel Sant’Angelo, in domicilio coatto; di lì nel dicembre riuscì a scappare con uno stratagemma, riparando a Orvieto» (Marco Pellegrini, Le guerre d’Italia. 1494-1559, Bologna, il Mulino, 2017 [2009], p. 178).
[3] Antonio Tebaldeo, Diece anni, Italia, son ch’io grido: «Pace!», in Idem, Rime, a cura di Tania Basile e Jean-Jacques Marchand, Modena, 3 voll., Panini, 1989-1992, III/1, pp. 314-315.
[4] Baldassarre Castiglione, Superbi colli e voi, sacre ruine, in Baldassarre Castiglione – Cesare Gonzaga, Rime e Tirsi, a cura di Giacomo Vagni, Bologna, I libri di Emil, 2015, pp. 15-16.